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lunedì 15 giugno 2009

Perù: Salviamo l'Amazzonia!




Il governo del Perù si sta scontrando violentemente con i gruppi indigeni che protestano per la rapida devastazione della foresta pluviale amazzonica da parte di compagnie estrattive, petrolifere e di disboscamento. La foresta è un tesoro mondiale – sosteniamo i protestanti e firmiamo la petizione al Presidente Garcia per fermare la violenza e salvare l’Amazzonia:

Firma la petizione Il Governo peruviano ha esercitato pressione sulla legislatura permettendo alle compagnie estrattive e di coltivazione su larga scala di distruggere rapidamente la loro foresta pluviale amazzonica.Le popolazioni indigene hanno protestato pacificamente per due mesi chiedendo di poter esprimere legittimamente i propri pareri nei decreti che contribuiranno alla devastazione dell’ecologia e delle popolazioni amazzoniche, e che saranno disastrosi per il clima globale. Ma lo scorso fine settimana il Presidente Garcia ha risposto: inviando forze speciali per sopprimere le proteste in scontri violenti e bollando i protestanti come terroristi.Questi gruppi indigeni sono sulla linea del fronte nella lotta per proteggere la nostra terra - Appoggiamoli ed appelliamoci al Presidente Alan Garcia (che è notoriamente sensibile alla propria reputazione internazionale) affiché fermi immediatamente la violenza e si apra al dialogo. Clicca in basso per firmare l’urgente petizione globale ed un preminente politico latino americano molto rispettato la consegnerà al Governo per nostro conto. http://www.avaaz.org/it/peru_stop_violence/?cl=254476985&v=3492 Più del 70 per cento dell’Amazzonia peruviana adesso è pronta per essere afferrata. I giganti del petrolio e del gas, come la compagnia anglo-francese Perenco e le nord-americane ConocoPhillips e Talisman Energy, hanno già impegnato investimenti multimiliardari nella regione. Queste industrie estrattive hanno un record molto basso di benefici apportati alla popolazione locale e nella preservazione dell’ambiente nei paesi in via di sviluppo – motivo per il quale i gruppi indigeni stanno chiedendo il diritto di consultazione sulle nuove leggi, riconosciuto a livello internazionale. Per decenni il mondo e le popolazioni indigene hanno assistito a come le industrie estrattive devastassero la foresta pluviale che è dimora per alcuni ed un tesoro vitale per tutti noi (alcuni climatologi chiamano l’Amazzonia "i polmoni del pianeta" – che inspira le emissioni di carbonio che provocano il surriscaldamento globale e restituisce ossigeno). Le proteste in Perù sono le più forti e disperate mai espresse, non possiamo permettere che falliscano. Firma la petizione, ed incoraggia i tuoi amici e familiari ad unirsi a noi, così che possiamo aiutarele popolazioni indigene del Perù ad ottenere giustizia e prevenire ulteriori atti di violenza da parte di tutti.http://www.avaaz.org/it/peru_stop_violence/?cl=254476985&v=3492

giovedì 11 giugno 2009

vent'anni dalla caduta del muro di berlino


BERLINO.
IL MURO DENTRO DI ME

Quando fui a Berlino la prima volta, quarant’anni fa, alcuni anni dopo la costruzione del muro, la cosa che ricordo meglio è la stazione di Friedrich Strasse.
Entrai nella Repubblica Democratica Tedesca da questo posto di frontiera dove a pochi passi i potenti riflettori illuminavano le torrette con le guardiole dei “vopos,” come venivano chiamati i guardiani del muro. Mi colpirono subito le caratteristiche della costruzione.
Il muro, in quel punto, non era una semplice recinzione di cemento armato ma una struttura complessa attraversata da diverse sezioni, ognuna di esse funzionale a scongiurare e reprimere tentativi di fuga. I muri in realtà erano due e tra l’uno e l’altro si metteva in campo una serie di espedienti repressivi ingegnosi e complementari tra di loro.
Il muro di cemento armato, che guardava ad Ovest, era di un colore molto chiaro per mostrare meglio il profilo dei fuggiaschi ed era sormontato da un tubo di cemento per impedire di arrampicarsi. Venivano poi vari fossati e fili spinati con allarmi ottici e sonori.
Una pista era destinata allo scorrimento dei guardiani e una a quello dei cani da guardia, con un lungo guinzaglio che scorre su appositi binari
L’ultima striscia, prima del muro della parte ad est, era una sorta di campo con punte di acciaio conficcate nel terreno, i berlinesi chiamavano questo spazio con un nome bizzarro: “erba di Stalin.”
La frontiera fa sempre un certo effetto. La frontiera è tante cose insieme : paura e inquietudine, ti divide a metà, chiude una porta e ne apre un’altra. Cosi ricordo quella frontiera che divideva il cielo di Berlino. Un tavolo di una stanza grigia, con uniformi grigie sotto uno striscione rosso che ti dava il benvenuto.
Per il resto ho un ricordo meno nitido.
Forse eravamo nell’agosto del 1966. In Italia stava muovendo i primi e incerti passi il movimento studentesco.
In quel periodo ero alle prese con il mio nuovo incarico di segretario provinciale dei giovani comunisti.
Fu proprio grazie a quell’incarico che mi arrivò il viaggio premio con il soggiorno di quindici giorni in una località del Baltico.
Ma il punto della mia riflessione non può essere questo.
Ci vuole più coraggio, è inutile girarci attorno e descrivere da osservatore neutrale un fatto storico che si piazzava come un macigno nella strada della mia formazione politica.
Ripensando a quella sera in treno nella stazione di Berlino vorrei ritrovare il mio stato d’animo di allora. Cosa provavo?
Provai un senso di sgomento? Mi chiesi se tutto ciò era giusto?
Insomma, quali domande mi sono fatto e soprattutto quali risposte mi sono dato?
Quello che è certo non iniziai allora un viaggio critico nella mia coscienza.
Oh, no, io credevo ancora in quei paesi.
In quei tempi ero ancora cieco e giustificavo tutto quello che vedevo e quello che non volevo vedere.
Provavo a seguire un ragionamento nella mia testa che ,più o meno, si svolgeva cosi : la fine della seconda guerra mondiale con la sconfitta del nazismo, aveva lasciato il posto alla guerra fredda. Il tentativo di isolare l’Unione Sovietica passava dalla destabilizzazione dei paesi socialisti e dal tentativo di stroncare le economie delle giovani democrazie popolari dell’Europa dell’Est.
Ho sempre avuto il sospetto che questa mia resistenza alla verità fosse anche suggerita dalla mia condizione di giovane e promettente dirigente comunista. Ma questo è quello che mi fa stare peggio.
Il muro era anche dentro di me e anche io avevo diviso il cuore dalla ragione.



martedì 26 maggio 2009

"la legge e il sorriso"


A PROPOSITO DI LEGALITA’ E SICUREZZA

L'altra sera sono tornato da Firenze dopo aver partecipato alla presentazione de “La legge e il sorriso”, un bellissimo libro che racchiude un'intervista del giornalista scrittore Paolo Ciampi al vice presidente della giunta regionale Federico Gelli. Ho riportato ad Arezzo molte delle domande che appartengono a quel libro. Come rispondere alla richiesta di sicurezza di ogni cittadino? In che modo conciliare il pieno rispetto delle leggi con il desiderio di una società che sia accogliente e tollerante? Ed è possibile immaginare, ma soprattutto costruire, città più vive e più vivibili, meno segnate dalla paura?
Per fortuna nel bagaglio che ho riportato a casa non c'erano solo le domande. C'era anche qualche risposta importante, che mi ha porto Gelli, uomo delle istituzioni e della società civile che da anni si occupa, tra le altre cose, di educazione alla legalità e di politiche per la sicurezza. E che mi ha porto anche Don Luigi Ciotti, un uomo che certo non ha bisogno di presentazioni, anch'egli a Firenze per parlare di questo libro.
Risposte preziose, risposte urgenti, in questa Italia soffocata da un clima che non mi piace: un paese dove la paura, più o meno legittima, è cavalcata da una mortificante demagogia, dove a problemi complessi, come la sicurezza, appunto, si danno risposte viscerali tipo le “ronde” e i “respingimenti”, dove si cerca di esorcizzare la crisi economica con l'individuazione di un capro espiatorio.
Risposte che poi ho provato a riportare nella realtà di Arezzo, perché poi la domanda esiste e non si può ignorarla: insomma, come rendere la nostra città più sicura e direi anche, con un termine che non si usa molto in politica, più serena?
Non è facile, certo, coniugare la “legge” e il “sorriso”, le regole per tutti e l'attenzione per le differenze. Anzi a volte è quasi un rompicapo. Però proprio questo richiama le responsabilità della politica, oltre che di ognuno di noi. Pensare a un futuro diverso per i nostri quartieri, per le nostre comunità, è possibile.
Il libro tenta anche alcune riflessioni su idee che il governo regionale ha introdotto in una recente legge sul degrado.
Per esempio, invece che sulle ronde, si punta su una partecipazione dei cittadini chiamati a un confronto permanente con le forze di polizia. Succede a Chigago e in molte altre città del mondo: tutti insieme di decide cosa fare, quali priorità avere, fosse anche l'incrocio davanti a una scuola da sorvegliare meglio o un giardino pubblico da illuminare di più. E questo mi sembra un fatto di civiltà, piuttosto che sguinzagliare per strada gente con fazzoletti e cellulari. Vorrei che proprio Arezzo si candidasse a sperimentare quella che la legge chiama Conferenze per la vivibilità cittadina.
Mi piace l'idea della mediazione come alternativa all'inflazione di querele e cause. Il senso è di liberare gli uffici giudiziari da tanti contenziosi, puntando piuttosto a forme di conciliazione e risoluzione bonaria di tanti conflitti che, dalla lite di condominio a quella sul traffico, si trascinano per anni e anni con costi e ricadute pesanti sulla vita di tanti. Tutto questo nella consapevolezza che la multa o una condanna in sede giudiziaria spesso e volentieri non solo non risolvono il problema, ma a volte possono perfino acuirlo: pensate a due vicini di casa che finiscono in tribunale, magari per ingiurie. Una sentenza li aiuterà a vivere meglio o a fare pace?
Ed è interessante anche l'idea che per i reati amministrativi si possano prevedere lavori al servizio della comunità piuttosto che sanzioni pecuniarie. Hai distrutto una panchina, adesso dovrai offrire qualche ora del tuo tempo per rimettere a posto il giardino sotto casa. Mi piace perché non è tanto il pagare e finirla lì, credo che fare qualcosa di utile stimoli la consapevolezza di appartenere a una comunità: e questo serve davvero a tutti.
Anche per la mediazione – già attivata con successo a Firenze – e per i lavori utili vorrei che Arezzo potesse essere una sorta di laboratorio regionale. Perché poi quello che conta è l'idea della città che c'è dietro, e ovviamente anche l'idea di sicurezza: che, hanno ragione Gelli e Ciampi, non si conquista solo con le pattuglie per strada, ma con città vive, animate, illuminate, frequentate, amiche dei bambini, degli anziani, dei pedoni, attente ai particolari, fino al singolo vetro rotto.
Peccato che ad Arezzo finora si sia parlato poco di tutto questo. Pure in piena campagna elettorale.
A dire il vero siamo stati poco attenti anche all'appello del presidente Napolitano o alle tanti voci che si sono levate dalla Chiesa e dal mondo del volontariato, per denunciare i pericoli di razzismo in questo nostro paese.
Però so che partire dalla concretezza delle scelte che riguardano un quartiere o una città è il modo migliore per tagliare le gambe alla xenofobia e all'intolleranza.
A Gelli, lo so, non dispiace prendere in prestito le parole di George Bernard Shaw che aiutano le ragioni dell'ottimismo: «Vedi le cose e dici: ‘Perché?’ Ma io sogno cose che non sono mai esistite e dico: ‘Perché no?’»
L'altra sera, però, ho ascoltato anche un'altra citazione, questa volta di Platone, che mi piace ancora di più: «Non conosco una via infallibile per il successo, ma ne conosco una per l'insuccesso sicuro: voler accontentare tutti».
Mi ci riconosco. E aggiungo: inseguire l'”egoismo sociale” come fanno tanti nostri governanti, finirà per portarci solo in un desolato vicolo cieco.

giovedì 30 aprile 2009

Caduti dal Muro...e ci siamo fatti male.


Quest'anno cade l'anniversario della caduta del muro. 1989-2009.


Berlino è ancora un grande cantiere a cielo aperto.
Dopo la riunificazione è cominciata la più grande operazione di rinascita di una città dopo quella realizzata, sempre a Berlino, sulle macerie della seconda guerra mondiale. E ancora non è finita.
I lavori proseguono e gli ultimi casermoni socialisti, con quei cubi di cemento che ricordano i pezzi di una costruzione Lego, lasciano inesorabilmente spazio alle nuove forme dell’architettura moderna.
Berlino non è certo povera di motivi di interesse e di seduzione per ogni genere di visitatore: non lo è mai stata.
Però oggi regala un’occasione irripetibile: la possibilità di compiere una sorta di pellegrinaggio in una città che cambia freneticamente, attraverso spazi conquistati e trasformati, idee che si trasformano in opere, squarci di meraviglia per un nuovo che è anche bello, architetture leggere e trasparenti che acquistano volume e fisionomia grazie ai progetti di maestri quali Rogers, Piano, Eisenman, Grassi.
Non credo che tutto questo durerà per molto tempo ancora: se non sei stato ancora a Berlino, non perdere altro tempo.

E così ora cammino per questa città che, nel bene e nel male, è stata al centro delle tragedie e delle speranze, dei crimini e dei desideri di riscatto della nostra epoca.
Guardo la Berlino che una volta c’era e che non c’è più, la Berlino protagonista della Storia e quella che dalla Storia è stata brutalizzata.
L’arietta frizzante, le vetrine illuminate, la gente che si affolla pacificamente alle fermate dei tram, la composta allegria degli imbiss - i chioschetti dove ti puoi sempre fermare per una birra e un panino al wurstel - l’eleganza dei ristoranti di Oranienburger Strasse… tutto questo certo non aiuta a capire.
Per quanto mi riguarda la testa mi gira a forza di pensieri. Mi ritrovo a Postdamer Platz e medito su quella che fu una terra di nessuno.
Mi godo la bellezza della cupola trasparente del Reichstag e ritorno all’incendio che un giorno appiccarono i nazisti, lugubre avvisaglia della successiva catastrofe.
Penso al 9 novembre del Muro fatto a pezzi, strappato con le mani, a martellate, a colpi di piccone, e solo dopo con le ruspe, però poi mi lascio folgorare dal ricordo di un altro 9 novembre, quello della Notte dei Cristalli: la notte di un’altra frenesia collettiva, quella della caccia all’ebreo e delle sinagoghe rase al suolo.
E godo della libertà ritrovata, ma non posso fare a meno di pensare alle tortuosità della Storia, alle sue crudeli contraddizioni, alle inesauribili possibilità di sofferenza che è in grado di infliggerci.
È finita l’epoca del socialismo, che sicuramente non è mai stato il Paradiso in terra, e la disillusione è già in agguato dietro l’angolo, perché anche l’Occidente non è rose è fiori, non è solo supermercati strapieni di delikatessen e pubblicità con sorrisi e promesse di felicità.
È anche miseria, è anche fatica, è anche iniquità.
Pensi almeno di aver girato pagina una volta per tutte ed ecco che le città dell’est, soprattutto le periferie più degradate, si popolano di inquietanti bande naziste. E i “nostalgici”, chiamiamoli così, cominciano a entrare nei parlamenti regionali.
Proprio mentre sono qui viene pubblicato un’inquietante ricerca del centro studi della Spd, il grande partito socialdemocratico della Germania: almeno 15 tedeschi su cento, leggo, potrebbero riconoscersi in un partito di estrema destra, addirittura il 20 per cento coltiverebbe pregiudizi antisemiti…
Come se niente fosse successo… un colpo di spugna sulla tragedia più immane del Novecento.

Tutto è in movimento, in questa straordinaria città, tutto è pronto a stupirti perché cambia, non perché rimane uguale a se stesso.
A Berlino Est, però, resiste ancora un grande fantasma di pietra.
La vecchia Stalin Allee, oggi Karl Marx Allee, è certamente la strada più ideologica della Germania e insieme una metafora della nostalgia.
Su questo grande viale, lungo due chilometri e largo più di cento metri, si affacciano gli esempi più classici dell’edilizia socialista. I palazzi, completamente restaurati e ben conservati, riprendono i canoni austeri e compatti dell’edilizia sovietica, senza tuttavia rimuovere completamente l’eredità architettonica della Berlino di Bismarck.
Nel complesso non è male, il colpo d’occhio è tutt’altro che sgradevole, almeno nella misura in cui è possibile serbare uno sguardo freddo, distaccato.
Se le emozioni prendono quota, come succede a me ora, il discorso è un altro.
Questa strada, lo so bene, per oltre cinquant’anni ha impegnato in estenuanti dibattiti urbanisti e architetti di tutto il mondo. Però quanto mi si agita dentro non è certo un dilemma estetico.
Oggi, quasi per un’intera giornata, l’ho percorsa avanti e indietro, all’ombra dei tigli, indugiando su particolari e pensieri. Più volte mi sono soffermato a contemplare i simboli che evocano il regime tramontato.
Anche in altre città della Germania orientale lapidi e monumenti sono stati risparmiati dalla furia iconoclasta, ed è giusto, perché la distruzione di oggi non aiuterà certo la memoria di domani.
Però tutto quello che si vede, che si respira, che si può perfino toccare in questa strada ricorda quel passato: assieme a quel poco che ormai rimane del Muro la Karl Marx Allee ci riporta davvero ai tempi della guerra fredda e dei blocchi contrapposti.
È solo in questa strada che si comprende davvero cos’era Berlino quando era divisa nel cielo e in terra, quando il Muro tagliava quartieri, separava famiglie, lasciava finire nel nulla strade che un tempo congiungevano.
Tutto mi ricorda qualcosa.
Le panchine dei giardinetti a lato, per esempio, sono decisamente affollate. A occuparle non sono i turisti, si capisce al volo, ma gli inquilini dei grandi palazzi che si affacciano sulla strada.
Fossimo in qualsiasi altra parte del pianeta, non ti verrebbe da pensare a nient’altro che a pensionati che ammazzano pigramente il loro tempo al tepore di un pallido sole nordico.
Però non si può abitare per caso in quella che un tempo portava orgogliosamente il nome di Stalin Allee.
Gli alloggi, qui, venivano assegnati a chi aveva acquisito particolari benemerenze nei confronti del regime e del partito. Un appartamento in questa strada era un premio. No, non necessariamente un privilegio riservato a carrieristi e opportunisti, perché c’era anche chi ci credeva, c’era chi avrebbe dato la vita per il socialismo…
Tra questi vecchietti probabilmente c’è anche qualcuno dei “pionieri” che nel dopoguerra accorsero a Berlino da volontari, per spazzare via le macerie e ricostruire una città degna di una patria nuova, di un uomo nuovo…

Proprio in questi giorni lungo la Karl Marx Allee si ricorda la Stalin Allee di un tempo con una serie di mostre fotografiche.
Tra tutte le immagini spicca, anche per dimensioni, quella della parata militare dell’ottobre 1989, in occasione del quarantesimo anniversario della nascita della Germania Est, cioè della DDR.
È un’impressionante esibizione di forza: un esercito imponente che sfila tra masse in delirio.
Un trionfo al quale pare non mancare niente.
Mai vista tanta gente.
Un’enorme festa di popolo, davvero: e invece, a rivedere tutto col senno di poi, nient’altro che un funerale.
Le esequie di un regime anacronistico, fradicio nelle fondamenta, ormai incapace perfino di puntellarsi su qualche tentativo di autoriforma.
La storia spesso è tragica, ma talvolta non manca di ironia. Un mese più tardi, solo un mese, e tutto questo sarebbe sparito, lo stesso Muro sarebbe stato fatto a pezzi!


dal libro "caduti dal muro" di paolo ciampi e tito barbini (vallecchi 2009)

martedì 7 aprile 2009

Riscaldamento del Pianeta


POLO SUD
Antartide, cede ponte di ghiaccio. Alla deriva l'iceberg più grande
Nuovo allarme per il riscaldamento globale: la placca che si è staccata dal continente è grande come la Giamaica.

Il mio amore per l'Antartide è ancora grande. Questo continente continuerà ad abitarmi dentro e credo di averlo detto con il mio libro. Il libro si conclude con l'impegno a fare qualcosa per difenderlo. Testimoniare quello che accade è per me un imperativo morale. Ecco l'ultima notizia.


SI ERA formato silenziosamente nel corso di diecimila anni. In pochi giorni, sorprendendo tutti gli scienziati, l'iceberg di Wilkins, a nord dell'Antartide, si è spaccato in mille pezzi e i suoi frammenti sono caduti in mare con una serie di schianti fragorosi. Così si è rotto il cordone ombelicale. Il cordone ombelicale che teneva ancorata alla penisola antartica questa piattaforma bianca di 3.700 chilometri quadri era ormai ridotto a una passerella di ghiaccio lunga 40 chilometri e larga 500 metri. Nel corso della settimana scorsa si è sbriciolato quasi completamente lasciando alle correnti dell'Oceano antartico il compito di spazzare via blocchi di iceberg grandi come palazzi. Anche se nella penisola antartica oggi soggiornano diverse spedizioni scientifiche, il cataclisma è avvenuto lontano da testimoni umani. Solo gli occhi del satellite dell'Agenzia spaziale europea Envisat hanno registrato la perdita del più grande e più meridionale fra i pezzi di calotta mai distrutti dal riscaldamento climatico. "Wilkins ha iniziato a restringersi negli anni '90", spiega Angelika Humbert, la glaciologa dell'università tedesca di Munster che segue quotidianamente le immagini del polo sud inviate da Envisat. "Ultimamente però il ritmo della distruzione delle piattaforme di ghiaccio è accelerato. Non passa anno senza registrare la perdita di un iceberg gigante". Da una stazione della British Antarctic Survey, il glaciologo inglese David Vaughan, che a gennaio aveva percorso il corridoio di ghiaccio nel suo punto più stretto - appena 500 metri a 20 metri di altezza dal mare - commenta stupefatto: "Tre giorni fa il corridoio era sottile, ma intatto. È incredibile quanto la distruzione sia stata rapida".
Solo nel 2008 il calore aveva rubato alla piattaforma il 14 per cento della sua superficie, seminando in mare un'accozzaglia di frammenti di iceberg. Nel 1930, quando Hubert Wilkins sorvolò questa piattaforma rivendicandola fra i possedimenti di re Giorgio V e lanciando dall'aereo una bandiera inglese e un certificato di proprietà, la sua area toccava i 13mila chilometri quadri. Al polo sud è ancora conservato il 91 per cento di tutto il ghiaccio del pianeta. Per ragioni non del tutto chiare però, la penisola antartica oggi si sta riscaldando a una velocità superiore rispetto al resto del continente, e anche al pianeta nel suo complesso. Negli ultimi 50 anni la temperatura media è aumentata di 2,5 gradi e l'emorragia di ghiaccio ha superato la soglia dei 25mila chilometri quadri, restringendo il profilo del continente. Neanche negli ultimi inverni, quando il bilancio fra neve fresca che cade e ghiaccio che si scioglie dovrebbe essere positivo, Wilkins era riuscito a recuperare il volume perduto. Dal momento che l'iceberg era già un blocco galleggiante, il suo distacco e il prevedibile scioglimento non provocheranno di per sé un aumento dei livelli degli oceani. La sua perdita però, come un tappo che salta, faciliterà il deflusso del ghiaccio disciolto che dall'interno della penisola antartica si riversa in mare ogni estate

mercoledì 1 aprile 2009

Il volto della follia


AD AREZZO MEMORIA E ATTUALITA’ DI FRANCO BASAGLIA


Vent’anni fa, nel 1989 cadeva il Muro di Berlino e quest’anno si celebra l’anniversario di questo evento storico. Sono passati invece trent’anni dalla caduta di altri muri di casa nostra: i muri dei manicomi. E’ infatti del 1979 la prima applicazione della legge 180 che porta il nome di Franco Basaglia.
Pensavo proprio l’altro giorno a questo anniversario che per me segna malgrado tutto un grande traguardo di civiltà. Ci pensavo l’altra mattina, ascoltando a Radio Rai un programma che prendeva spunto da alcuni terribili fatti di cronaca che hanno visto per protagonisti persone con evidenti disturbi psichici ma abbandonate a se stesso. E inutile dire che anche su questo terreno si respira un’aria sempre più brutta in Italia. In alcuni messaggi pervenuti in redazione non c’era solo voglia di riapertura di manicomi. Peggio, ho sentito evocare la pena di morte e anche la tentazione dell’eugenetica… E chissà, forse le terribili stragi avvenute proprio nello stesso tempo in paesi come l’Alabama e la Germania hanno perlomeno sottratto il terreno alle peggiori strumentalizzazioni politiche.
Basaglia, insomma. Un grande convegno che si terrà ad Arezzo dal 26 al 28 Marzo ricorderà questa straordinaria figura di psichiatra e con lui la feconda stagione della chiusura dei manicomi e dell’affermarsi di una nuova pratica e cultura della lotta all’emarginazione. E non possiamo dimenticare che proprio nella nostra città c’è stata una delle esperienze più significative del nostro paese, con un valore etico, scientifico e anche politico, universalmente riconosciuto.
Ho avuto modo di conoscere Basaglia e Agostino Pirella, direttore storico del manicomio di Arezzo, nel breve periodo in cui sono stato presidente della provincia di Arezzo. La peculiarità dell’esperienza aretina, è importante sottolinearlo, fu la capacità di legare il progetto di chiusura dell’ospedale psichiatrico alla realizzazione dei servizi territoriali di igiene mentale che prefigurarono quelli che poi furono previsti dal servizio sanitario nazionale. Fu una stagione straordinaria che registrò l’impegno di tutti gli operatori, dagli infermieri ai medici, e la partecipazione dell’intera città.
Ricordo le assemblee in cui gli stessi degenti ponevano a tutti noi le domande scomode e terribili sulla realtà di quelle istituzioni e su quell’universo concentrazionario. C’era speranza, c’era passione, in quelle assemblee. C’era la consapevolezza condivisa di stare scrivendo una bella pagina di civiltà.
Cosi il padre della legge 180 ricorda quell’esperienza: “La cosa importante è che abbiamo dimostrato che l’impossibilità diventa possibile. Dieci, quindici, vent’anni fa (siamo nel 1979) era impossibile pensare che un manicomio potesse essere distrutto. Magari i manicomi torneranno ad essere chiusi e più chiusi di prima, io non lo so, ma in ogni modo abbiamo dimostrato che si può assistere la persona folle in un altro modo, e la testimonianza è fondamentale”
Oggi la legge 180, nonostante i tentativi di modificarla, non è una legge datata, smentita dai fatti, superata dalle evidenze scientifiche. Oggi dimostra ancora la sua attualità e semmai chiede di essere attuata fino in fondo, perché siano presenti sul territorio e dotate di personale e risorse adeguate tutte le strutture che, in alternativa al manicomio, devono farsi carico del disagio mentale.
La stessa Unione Europea, in un recente atto di indirizzo, ha recepito interamente i principi ispiratori e i contenuti di questa grande riforma, raccomandando a tutti i paesi membri di andare verso un progressivo abbandono delle istituzioni psichiatriche di tipo concentrazionario per andare ad una organizzazione dei servizi territoriali.
Ben venga quindi il convegno di Arezzo. Non una celebrazione ma un impegno concreto per il futuro. Non credo che i promotori dell’iniziativa vogliano fare un dogma della 180, però se cambiare è sempre possibile, non si può permettere che, in un clima di restaurazione, siano cancellate conquiste importanti. Che, in altre parole, siano riproposte strutture residenziali per i cosi detti cronici, disgiunte da un programma riabilitativo e col solo obiettivo di sottrarre i pazienti all’ambiente sociale. Ovvero, di rimuovere il problema nascondendolo, come si fa con la polvere sotto il tappeto.
Certo non possiamo dimenticare che l’Italia è fatta di tante realtà diverse. L’eccezionale esperienza dei servizi territoriali di igiene mentale, le case famiglia gestite dagli ex degenti, non sono un patrimonio esteso all’intero paese. E spesso le famiglie sono sole di fronte al disagio mentale. Vero, tutto vero. Ma i problemi si risolvono solo guardando avanti, con soluzioni per il futuro, non con nostalgie per il passato, per di più troppo comode.


(tito barbini, il corriere di arezzo, sabato 28 marzo)

venerdì 13 marzo 2009

Dalla parte dei Tibetani


In queste ore è ripresa la violenta repressione, da parte degli occupanti cinesi, nei confronti dei tibetani. Non posso far altro che testimoniare la mia vicinanza alla gente del Tibet con un capitolo del mio ultimo libro "Caduti dal Muro".


Sul tetto del mondo


Quando ci penso, provo gratitudine nei confronti di una vita che mi ha concesso questa fortuna: sono capitato in tanti posti meravigliosi di questo nostro mondo che ormai faccio fatica a contarli, o comunque a rammentarli tutti con l’intensità che ciascuno di essi meriterebbe.
Ognuno di questi luoghi è stato per me un dono. Un dono atteso, un dono che era nell’aria, nella maggior parte dei casi.
Più raramente la meraviglia è andata oltre ogni aspettativa. Come ora, qui: tra tutti, Paolo, questo è davvero il dono più inaspettato.
Ho colto al volo un’altra occasione e da ieri sono in Tibet: basta pronunciarlo questo nome – Tibet – e dentro ti si scuote qualcosa.
Il senso di sorpresa che provo, è chiaro, ha poco a che vedere con la casualità di questa destinazione: questa, lo sai bene, non è affatto una novità.
A pensarci bene, poi, non è nemmeno la distanza tra il Tibet che mi si spalanca davanti e le mie aspettative, comunque alte. Semmai a prendermi in contropiede è una coincidenza, tra la realtà e quanto mi illudo di aver sempre sognato.
Ecco, proprio così.
Qui in Tibet sto sperimentando sensazioni confuse, che mi scivolano via piacevolmente come una brezzolina primaverile. Fossi un ragazzino, potrei riconoscerle come i sintomi di una bella cotta. Meglio, di un colpo di fulmine.
Qualcosa del genere mi è successo nelle distese della Patagonia o al cospetto degli sterminati laghi salati dell’altipiano boliviano.
E ora in Tibet: con la stessa meraviglia per la mia capacità di meravigliarmi ancora. Ma anche con qualcosa di diverso: un crampo allo stomaco per qualcosa che si sta irrimediabilmente perdendo.
Gli amori più tenaci, del resto, sono sempre tinti di nostalgia. E figurarsi con il Tibet, un luogo dove a ogni momento non sai se inchinarti a una bellezza che viene da lontano oppure recriminare sulle offese del presente.
Sono sul tetto del mondo: e chissà quante volte hai sentito questa espressione. È banale, ma tanto non è che ci siano molte parole per rendere conto di emozioni come queste.
Puoi solo apprezzarne la sincerità. Intuire cosa si può provare di fronte a una natura che ti si concede con un brivido di eternità. Magari constatare quanto possa essere semplice, essenziale, la tua vita, così come sono semplici, essenziali, i colori di questo mondo, dominato dal bianco, dal verde, dall’azzurro.
E poi c’è la gente del Tibet. Sì, anche questo è davvero importante.
Con tutto quello che vi è successo Lhasa appare ancora come una comunità che trattiene altri tempi. Una città misteriosa e magica, disposta al sorriso.
E il Potala: la residenza del Dalai Lama fino a che non è stato costretto all’esilio.
Con un solo colpo d’occhio provi ad abbracciare questo palazzo unico al mondo che si dice abbia al suo interno almeno mille stanze e capisci all’istante che non potrai giudicarlo solo per la sua spettacolare architettura.
Il Potala ti lascia senza fiato perché, volente o nolente, avverti che non è fatto solo di mattoni, non è solo materia che si innalza al cielo per tredici piani. Qualsiasi cosa sia stata impiegata per costruirlo, nell’impasto non deve essere mancata tanta ancestrale saggezza.
Pare proprio che le sue tremila finestre siano altrettanti occhi illuminati, capaci di scrutare ben oltre la candida parete dell’Himalaya, sulla vita di tutti, sull’inspiegabile pulsare dell’universo intero.
Che emozione, Paolo, arrampicarsi per le ripide scale che ti conducono al suo interno. L’ascesa non è solo una questione di altitudine e questo lo capisci appena sei su, con il fiato rotto dalla fatica e la sensazione di aver varcato una porta dello spirito, accolto dalla cantilena dei monaci che intonano i mantra.
Non so dirti per quanto tempo me ne sono rimasto lì, davanti alle lampade accese nel burro di yak, mescolato tra le migliaia di pellegrini che ogni giorno salgono alla residenza celeste e si prosternano davanti agli altari dorati.
So solo che a un certo punto anch’io ho chinato il capo sui piatti dove tutti, prima di tornarsene alle loro abitazioni, lasciano la loro offerta.
Alla prima non ci ho fatto caso, ma l’istante dopo ne sono rimasto folgorato.
Ai piedi delle statue dei Budda spuntano decine, centinaia di immagini di Mao Tse Tung.
Non che ci sia niente di straordinario. Semplicemente, il volto del Grande Timoniere è riprodotto in tutte le monete e tutte le banconote cinesi. E oggi, anche da queste parti, è più facile donare denaro, piuttosto che frutta o riso o quant’altro. Segno dei tempi.
Ma segno dei tempi è anche il ritratto di Mao che spunta ovunque, non per devozione o per un omaggio sentito, figurarsi, solo perché è così, perché è la Cina che comanda.
Così ti tocca onorare il Budda con l’uomo che ha inviato il suo esercito per inghiottire il Tibet e farne una provincia remota e anonima della Cina Popolare.
Per non parlare di quello che è successo dopo: dici Mao e pensi al Dalai Lama in esilio, alla rivoluzione culturale che ha provato a cancellare un’intera religione, ai templi bruciati e ai monaci in prigione, al milione di morti tibetani, cifra per approssimazione.
Da oltre mezzo secolo dura l’occupazione cinese del Tibet e ogni giorno viene derubato un frammento di verità e di tradizione autentica.
Perché poi sta succedendo anche questo. I cinesi hanno costruito strade e aeroporti, aperto uffici, fabbriche, negozi. Dopo millenni di isolamento oggi Lhasa la puoi raggiungere comodamente in treno, partendo da Pechino.
Così i cinesi possono gridare ai quattro venti che il paese è uscito da un medioevo che non finiva più. Il Tibet si sta modernizzando, grazie a loro.
E chiamiamola pure modernizzazione. A me piuttosto fa venire in mente una devastante operazione chirurgica, un trapianto innaturale contro la volontà di chi è steso sul tavolo.
Però non è nemmeno questo il punto.
Mi chiedo semmai se il popolo tibetano passerà giorni migliori con la modernizzazione alla cinese. Se vivrà una vita più felice con qualche monastero in meno e qualche fast-food in più.
Discutibile, è ovvio.
Ma in ogni caso quello che mi disturba di più è che ci si riempia la bocca di parole come libertà e democrazia solo quando serva per gli interessi di bottega.
Siano quello che siano, i tibetani. Però siano quello che desiderano, no? Con i loro silenzi, le loro preghiere, i loro sorrisi.
E invece da mezzo secolo sono soli e inascoltati.
Il mondo è indifferente, o meglio, troppo interessato alle ragioni del gigante cinese, con cui si fanno sempre buoni affari.
Perché preoccuparsi di un popolo che può vantare solo maestri di sapienza?
Scendendo per le scale del Potala è come fossero rimaste con me quelle immagini di Mao Tse Tung. E ora mi è chiaro, non potevano che stare lì.
Impresse su una banconota, prima ancora che ai piedi del Budda.


(dal libro "Caduti dal Muro" ediz. Vallecchi 2009)

lunedì 23 febbraio 2009

razzismo


Disobbedienza Civile


Lo voglio dire subito a voce alta. Spero proprio che i medici e il personale del servizio sanitario di Arezzo non denuncino i cittadini extracomunitari privi di permesso di soggiorno (clandestini) che si presentano per una qualsiasi necessità nei loro ambulatori o al Pronto Soccorso ospedaliero. Insomma, che anche dalla nostra città si levi una disobbedienza civile contro quest’assurdità suggerita dal cosidetto Decreto Maroni. Proprio cosi i medici potranno denunciare gli immigrati clandestini che si presentano per farsi curare, stracciando cosi il loro codice deontologico. Ridotti a delatori e inducendo gli immigrati a non farsi curare per paura. Non ci sono aggettivi per qualificare le recenti disposizioni che il ministro leghista ha proposto al Parlamento. Vergognose, schifose, feroci? Che esagerazione, che parole improprie, generiche, roboanti e vuote. Mi riesce più facile chiamarle semplicemente razziste e razzisti i suoi autori, cosi possono querelarmi. Disposizioni che marcano gli extracomunitari senza permesso di soggiorno come criminali a cui dare la caccia ed espellere dalla nostra società. Che cosa volete che sia, prendere nome e cognome quando uno di questi diversi si presenta dal medico per curarsi. Che cosa volete che sia ,prendere le impronte digitali a chi chiede un permesso di soggiorno per vivere, magari per pulire i cessi o raccogliere i pomodori o spaccare la legna per l’uomo bianco che questi lavori proprio non vuole più farli. Insomma non si illuda il clandestino extracomunitario di essere un lavoratore regolarmente sfruttato e quindi un cittadino o magari una persona ma tenga bene a mente di essere un ostaggio. Quando non servirà più verrà cacciato via. Questo è lo spirito del decreto Maroni. Il provvedimento prevede anche la schedatura dei senza tetto e la legalizzazione delle “ronde padane” seppur non armate.
La nostra emigrazione , intendo quella italiana , su cui abbiamo versato tante lacrime, in confronto fu una pacchia. E’ vero che ha sofferto le pene dell’inferno ma ora siamo orgogliosi dei nostri nonni che andarono a popolare le americhe, alle quali, è vero, abbiamo regalato anche delinquenti rinomati ma soprattutto manovali e cuochi. Ma avevamo la stessa pelle, lo stesso colore, fu questa la fortuna. Questo decreto è passato al Senato con troppi silenzi nelle forze politiche e nella società. La stessa Chiesa ha lasciato nelle fragili mani di Famiglia Cristiana e della Caritas un argomento che forse avrebbe meritato ben altra posizione. Ma oggi tutti sono presi dal tema della sicurezza. E insicurezza è sinonimo di immigrato in questo nostro Paese.Pubblica sicurezza, ai miei tempi, era sinonimo di polizia. Ora sembra diventata un’aspirazione assoluta, un’ideologia, lo scopo massimo della politica. Tutti parlano di sicurezza, il governo, per non affrontare i grandi temi dell’economia, ha varato un provvedimento vergognoso e non c’è un politicante di destra o centro che non faccia della sicurezza il suo programma elettorale.

(tito barbini, corriere di arezzo,21/02/2009)

giovedì 5 febbraio 2009

"Caduti dal Muro"



Cari amici, oggi dedico il post all'uscita del libro che ho scritto con Paolo Ciampi. Spero che perdonerete questo mio protagonismo ma il libro racconta di un grande viaggio.




In libreria “Caduti dal muro” di Tito Barbini e Paolo Ciampi, Vallecchi Editore
X titolo per la collana Off The Road
Dedicata da Vallecchi alla letteratura di viaggio

L’opera

Nel 2009 saranno esattamente 20 anni dalla caduta del Muro di Berlino e sotto quel muro, che si sbriciolava sotto i colpi di piccone, spariva il mondo che aveva creduto nel socialismo e nella sua realizzazione. Finiva un impero che da Berlino arrivava fino alle sponde del Pacifico, tramontava di colpo il “sole dell'avvenire”, cambiavano all'improvviso mappe geografiche, bandiere, nomenclature. E ora, 20 anni più tardi, cosa ne è stato di quei paesi su cui un tempo regnava la falce e martello? Per capirlo niente di meglio che un viaggio lento attraverso l'altra metà del pianeta, zaino in spalla e un treno dietro l'altro per attraversare le sterminate distese di due continenti, tra miserie e splendori, delusioni e incanti. Un viaggio dall'Europa orientale alla Russia, dalla Cina fino al Vietnam, alla Cambogia e al Tibet, che è anche un viaggio nel tempo, nella memoria, nell'esperienza di chi, in Italia, ha coltivato il sogno della rivoluzione e poi se l'è sentito scivolare tra le mani. Per diventare poi confessione e dialogo tra due scrittori divisi dall'anagrafe e dalle parabole della politica – uno che ha creduto fino in fondo nelle possibilità della politica e perfino nella forza dell'utopia, l'altro che ha trovato ben poco a cui aggrapparsi – ma che riescono a ritrovarsi insieme: con ironia e leggerezza, come se da tante macerie potesse di nuovo spuntare un'altra speranza, fosse pure solo un altro viaggio, un altro orizzonte che si schiude.

lunedì 26 gennaio 2009

Ritorno dall'Argentina



QUELLE MADRI DELLA PLAZA DE MAYO


Sono trascorsi trent'anni dalla notte della dittatura argentina e le madri marciano ancora. Con i cartelli e le foto dei figli e dei nipoti desaparecidos camminano lentamente intorno a Plaza De Mayo, ormai da tre decenni ogni giovedì pomeriggio. E' cosi che tutto il mondo ha conosciuto queste straordinarie donne: madri e nonne che con i loro fazzoletti bianchi hanno sfidato i potenti e i loro bracci armati durante e dopo la dittatura militare.

Ogni volta che torno a Buenos Aires non posso fare a meno d'incontrarle. Sono rimaste in poche, anzi pochissime, e hanno quasi tutte un'età intorno ai novant'anni. Pochi giorni fa è scomparsa anche come Polda Barsottini, una toscana che pur essendo emigrata in Argentina a soli 6 anni, è sempre rimasta legata alla sua regione, portando più volte la sua testimonianza di impegno civile e coraggio.

A vederle, i loro fazzoletti sembrano meno bianchi dei loro capelli. Però oggi ho un motivo in più per sentirmi loro vicino. Ho trovato un legame con Arezzo, importante per me, importante per loro

E il legame è dato dalla notizia che un nostro concittadino, tristemente famoso in Argentina, ha avuto una condanna definitiva per aver diffamato e calunniato i giudici Turone e Colombo in merito alla vicenda della strage alla stazione di Bologna. Si tratta, come avrete capito, di Licio Gelli. La condanna, oltre agli anni di carcere, ha sanzionato la confisca di alcuni lingotti d'oro trovati nella villa di Gelli ad Arezzo. Ebbene, i giudici diffamati sono stati risarciti proprio con l'oro di Gelli; e loro con grande sensibilità hanno deciso di dare il prezioso metallo alle vittime delle stragi italiane e a quelle della dittatura argentina.

E' stato cosi che le Madri di Plaza De Mayo hanno ricevuto una parte dell'oro confiscato al venerabile capo della P2. Ed è giusto, perché lui c'entra molto con la dittatura argentina. Licio Gelli, non dimentichiamolo, è stato addirittura console onorario d'Italia in Argentina nel periodo della dittatura militare .

E soprattutto non dimentichiamo che i grandi responsabili della terribile dittatura, i generali Videla, Massera e Agosti erano, guarda caso, iscritti alla loggia massonica P2.

Oggi le madri di Plaza De Mayo sono un vero e proprio movimento politico orientato fortemente verso la sinistra. Nella serata che ho trascorso al loro centro ho potuto conoscere meglio i loro programmi politici. Non sono legati a nessun partito ma rivendicano le idee di tutti i trentamila desaparecidos. E' come se in questo modo fossero riuscite a dipanare il filo della memoria, ma anche dell'impegno, che le lega, e ci lega tutti ai ragazzi scomparsi.

Ma non sono di nuovo qui per analizzare o giudicare un progetto politico. Mi soffermo nella grande sala del loro centro a guardare le migliaia di foto delle ragazze e dei ragazzi che nei giorni del terrore furono presi all'uscita di scuola o per strada da un auto scura e senza targa, portati alla Scuola Militare o al Garage Olimpo, torturati e uccisi oppure narcotizzati, fatti salire su un aereo militare e gettati ancora vivi nell'oceano.

Sono tante tantissime queste foto. Mi guardano con visi luminosi e sorridenti. In quegli anni avevo la loro stessa età. Anch'io volevo cambiare il mondo. Per fortuna vivevo in un paese dove, anche con i tanti Licio Gelli, la democrazia riusciva a resistere anche alle trame più oscure.

Mi perdo a leggere i nomi di origine italiana e cammino con loro verso Plaza de Mayo. Come sempre improvvisano un piccolo comizio sullo scalino del monumento della piazza che guarda la Casa Rosada. Parlano di temi attuali per l'Argentina : la crisi economica e i rapporti con il Fondo Monetario Internazionale, l'elezione di Obama, lo stato dei processi che riguardano i responsabili della dittatura e le nuove responsabilità che vengono accertate.

Ogni giovedì, insomma, le madri fanno il punto sulla politica argentina, e non solo su essa. Ho l'impressione che questo appuntamento settimanale sia seguito con una certa attenzione dalla stampa e dall'opinione pubblica di questo paese.

Mi attardo, in fondo al corteo, a parlare con una Madre di origine italiana. Mi viene da chiederle per quante settimane ancora sfileranno in Plaza De Mayo. La risposta è decisa, viene con voce ferma e mi fa salire un groppo alla gola: "Sarà per sempre, per tutta la vita, basta che viva una sola madre, e lei marcerà".

mercoledì 14 gennaio 2009

El Tango


EL TANGO
Succedono tante cose strane, irrilevanti o importanti, diversissime tra loro. Ma in qualsiasi parte del mondo hanno spesso un nesso che le lega l’una all’altra. In fondo è questa la vera globalizzazione: non solo prodotti o crediti che transitano indifferentemente da un continente all'altro, ma anche reti di rapporti di causa ed effetto, valanghe di circostanze, combinazioni, vicende solo apparentemente inspiegabili. Questo pianeta ci fa respirare sempre aria di casa, anche nelle sue lontananze.
Accade cosi che viaggiando nella profonda Argentina mi capiti di leggere, aprendo la pagina internet di Repubblica, le dichiarazioni che il ministro Tremonti ha rilasciato sulla crisi italiana. Intervenendo alla trasmissione di Bruno Vespa il nostro ministro dell’economia ha smentito il suo collega Sacconi, assicurando che l’Italia non corre il rischio di finire come l’Argentina.
Credo che il ministro si riferisse alla crisi dei titoli argentini che accompagnarono la gravissima deriva economica di questo paese nel 2002, tanto è vero che consiglia di comprare i titoli di stato italiani, considerati i più sicuri del mondo.
Ovviamente su tutto questo ci sarebbe di che discutere. Altrove ho letto che i nostri Bot non sono più come un tempo, quando erano il rifugio del piccolo risparmiatore italiano. Oggi sono per la maggior parte in mano a grandi investitori esteri, che potrebbero anche decidere da un momento all'altro di vendere i loro titoli, e allora chissà come andrebbe a finire, con la nostra povera Italia. Solo per fare un esempio.
Ma non è questo che voglio dire. Tanto non sono un esperto.
La cosa che in realtà mi è venuta in mente è questa: è singolare che i nostri uomini di governo quando parlano dell’Argentina lo facciano sempre citandola come esempio negativo.
Ho letto che anche Berlusconi, nei giorni scorsi, ha accusato l’opposizione di paragonarlo a una sorta, parole testuali, di “presidente argentino”.
E' un raffronto non generoso, con questo straordinario paese sudamericano. Da qui verrebbe piuttosto da guardare con molta desolazione alle vicende italiane. E semmai dispiace che l'Argentina non fosse di più nella testa degli italiani negli anni della dittatura e della repressione che tanti complici ha avuto anche in Italia. Non ultimi gli esponenti del Vaticano qui in Argentina. Ma questo è un altro capitolo di cui parlerò la prossima settimana .
Non di questo voglio scrivere oggi.
Vorrei invece raccontare ai lettori del Corriere aretino l’Argentina degli argentini. Quella più vera e autentica. Basta fermarsi in un qualsiasi pueblo della pampa o delle sterminate distese patagoniche per capire che nel sentimento popolare della gente si compie ogni giorno un atto d’amore verso dei simboli che riassumono in se l’identità nazionale. Evita, Gardel, Che Guevara, Borges e infine lo stesso Maradona.
Voglio parlare di Borges e di Gardel. Due grandi argentini, persone diverse ma allo stesso tempo vicine che hanno segnato profondamente la cultura argentina. Due grandi artisti esistenziali che hanno scritto la poesia e il canto di un paese agognato e tragico. Perché Borges e Gardel sono due segni nitidi dell’identità argentina. Un’identità che deve molto all’uno e all’altro. Ma soprattutto rappresentano quel grande fatto culturale universale che è il Tango.
Proprio in questi giorni si tiene qui a Buenos Aires il festival mondiale del Tango, un appuntamento che vede partecipare in questa meravigliosa città, che io definisco la Parigi della mia anima, migliaia di appassionati. Ho incontrato nelle piccole strade di San Telmo o nel popolare quartiere della Boca tanti, tantissimi italiani, ballare il tango anche nelle strade.
Il Tango nasce in Argentina attorno al 1880 ha influenze africane e si impone ben presto come musica peccaminosa e sensuale. Tuttavia è anche una danza e una musica tipica degli ambienti dell’immigrazione. Si suona anche nei locali più malfamati.
E’ negli anni intorno alla prima guerra mondiale che conquista il grande pubblico europeo e se ne ritorna in patria con un aureola di rispettabilità che conquista anche la borghesia di Buenos Aires. Fu cosi che il Tango entrò in tutti i salotti eleganti del mondo, quegli ambienti che in passato lo avevano aborrito a causa delle sue basse e discutibili origini. Non per questo il Tango perderà le sue origini popolari.
Anche Borges torna in Argentina dopo aver passato alcuni anni in Europa. Non ci mette molto a scoprire che il Tango non è più solo musica ma anche parole. Merito, questo, di Gardel che con i suoi testi e il suo carisma ha sedotto in poco tempo tutta Buenos Aires e l’Argentina.
Borges non può essere estraneo a questo grande fenomeno culturale e popolare. Ne è anzi cosi conquistato da scrivere un famoso poema.
E lo intitolerà semplicemente El Tango.
Poesia e musica. Versi e note. Di tutta questa mi sto ora cibando. E vorrei che ci fosse anche questa argentina del cuore e nella testa della gente di casa mia.



Tito Barbini Corriere di Arezzo sabato 28 dicembre 2008

martedì 23 dicembre 2008

ALLA FINE DEL MONDO




Eccola la Terra del Fuoco, l’ultimo lembo di mondo abitato prima della bianca solitudine dell’Antartide. Un nome strano, vero?
Sembra che questo nome venga direttamente da Magellano che attraversando lo stretto che porterà il suo nome vide delle colonne di fumo provenire dagli accampamenti degli indios Yamana. Decise di chiamarla Terra del Fumo ma qualche tempo dopo un re spagnolo pensò che dove c’è il fumo non manca il fuoco e allora la ribattezzò Terra del Fuoco. Altri sostengono che la regione abbia preso il nome dal colore rosso delle sue montagne.
Quello che mi sembra certo che da queste parti le cose si chiamano in modo diverso da quello che sono veramente. Terra del fuoco per indicare una terra ghiacciata e spazzata dai gelidi venti antartici, oceano Pacifico per indicare un mare che pacifico non è quasi mai, Capo Horn, il mitico tratto di mare dalle mille tempeste e dai mille naufragi che prende il nome da una piccolissima e tranquilla cittadina di immobile mare olandese perché olandese era il capitano della nave che gli diede il nome.
Mi chiedo se questa faccenda dei nomi possa valere anche per Arezzo. Non mi riferisco naturalmente alla sua toponomastica, ma per esempio al mondo della sua politica, peraltro, temo non molto diverso da quello di tante altre città. Quante parole si usano a sproposito, quante parole diventano ora involucri vuoti ora contenitori di significati esattamente agli antipodi di quanto si intende. Ci sono parole che sono delle sorte di passe-partout, buone per tutte le stagioni e tutti gli orientamenti politici, parole che sembrano giustificarsi per se stesse e che comunque ci devono essere sempre e comunque: parole come sviluppo, come legalità, come democrazia, su cui tutti sono d'accordo, ma a cui poi, per non farle suonare vuote, bisognerebbe attaccare qualche altro concetto. Per dire, c'è sviluppo e sviluppo: e credo che ad Arezzo questo si sia dovuto imparare anche dal punto di vista delle grandi questioni urbanistiche e strutturali.
La capitale, si fa per dire, della Terra del Fuoco è Ushuaia. La città più australe del mondo. Non ci crederete ma, anche questa volta, ho incontrato un gruppo di aretini in vacanza. Ed è sempre un'emozione, ritrovarsi un pezzo di casa in una terra così lontana.
Ormai è di moda andare a Ushuaia farsi fotografare sotto il cartello con la scritta “fin del mundo” e tornare nella nave da crociera o negli alberghi a quattro stelle. Ormai non c’è pacchetto turistico in America Latina che non preveda un salto a Ushuaia. Peccato che anche qui prevalga questa mania del “mordi e fuggi”.
Eppure è una città che ha un grande fascino. I dintorni sono il luogo ideale per esplorare parchi e sentieri non battuti lungo la cordigliera andina, oppure per fare un giro in barca e ammirare ovunque leoni marini, cormorani, elefanti marini e pinguini in piena libertà. E poi c’è da vedere il Bagno Penale.
Quello che è stato una delle carceri più famose e dure del mondo oggi è un museo marittimo. Nelle piccole celle dei terribili bracci gelati si possono trovare le storie maledette di alcuni galeotti celebri per le loro gesta criminali tra cui alcuni italiani. Nel bagno penale soggiornarono anche prigionieri politici relegati alla fine del mondo da governi illiberali e dalle dittature che hanno, in fasi alterne, segnato l’Argentina.
Ma la cosa che incuriosisce di più e che notano in pochi è la Capsula del Tempo. E’ una strana piramide collocata nella piazzetta davanti al porto e proprio davanti alla Oficina Antartica, il posto dove si compra il biglietto per andare con il rompighiaccio in Antartide.
Questa piramide in cemento armato contiene sei dischi video laser e le copie delle trasmissioni televisive del 1992 e non sarà aperta che nel 2492. Il tutto, presumo, destinato agli abitanti del futuro perché sappiano come si viveva cinquecento anni prima.
Chissà, sempre se il pianeta sarà ancora abitato e avrà resistito allo scioglimento dei ghiacci cosa diranno le future generazioni. Sicuramente si faranno un sacco di risate.
E l'indolenza di questo pomeriggio alla “fine del mondo” mi porta davvero lontano con le mie fantasie. Ancora una volta l'immaginazione mi riporta a casa, a quindicimila chilometri di distanza. E penso a una Capsula del Tempo ad Arezzo: chissà, magari potrebbe contenere i telegiornali delle nostre emittenti locali, i microfilm delle pagine di cronaca dei nostri giornali. Raccogliere insomma tutti i litigi, le polemiche, le proposte, le affermazioni e le smentite di questi nostri giorni, nell'anno di grazia 2008.

E non dico di tenere tutto sigillato per mezzo millennio. Mi sa che basterebbe anche molto meno, magari un solo secolo. E sarebbe davvero divertente poter sapere oggi cosa di noi penseranno i nostri posteri. Cosa di tutto questo che a noi oggi sembra così importante, decisivo, irrinunciabile.


(tito barbini , Corriere di Arezzo Sabato 20 Dicembre 2008)

martedì 9 dicembre 2008

Dalla Patagonia


UNITED COLORS E INDIANI MAPUCHE

Ancora una volta scrivo queste righe da molto lontano. Sto scendendo il grande continente americano, puntando verso sud, verso le terre che mi piace considerare alla fine del mondo. Scrivo in un momento di sosta in questo mio cammino sulla Carrettera australe, questa interminabile striscia di asfalto ricca di infiniti colori e odori. Il vento del Pacifico si infrange sulle Ande e avvolge tutto quello che incontra. E' una sensazione bellissima.
Però più mi perdo in queste emozioni e più torno a riflettere sulle infinite relazioni che uniscono terre e realtà del mondo. E c'è sempre qualcosa che, sia più o meno visibile, più o meno scontato, mi riporta comunque all'Italia.
Per esempio, questa. Nel mio primo viaggio nella Patagonia cilena e argentina ho avuto la fortuna di conoscere alcuni membri della comunità Mapuche.
Avevo letto da qualche parte che almeno cinquemila comunità indigene rischiano di scomparire con le loro identità culturali e le loro conoscenze. Sapevo degli Adivasi in India o dei Pigmei in Africa, dei popoli siberiani in Russia e, naturalmente, degli indiani d’America. Però non conoscevo la realtà dei Mapuche: un popolo che conta un milione di persone in Cile e forse un altro mezzo milione in Argentina.
E cosi ogni volto che torno in Patagonia mi fermo a Esquel, nella provincia del Chubut, per incontrare Rosa e Attilio Curinonco. La loro storia è straordinaria, vale la pena di raccontarla.
Va subito detto che i Mapuche sono i più poveri ed emarginati tra quanti vivono in Argentina. Da molti anni conducono una lotta e una sacrosanta protesta contro alcune multinazionali. In cima alla lista c’è la United Colors di Luciano Benetton. Le accuse che i Mapuche rivolgono al marchio italiano sono pesanti. Benetton ha acquistato dai governi dell’Argentina e del Cile centinaia di migliaia di ettari, forse un milione, di terra.
Per gli indios sono i luoghi dove sono vissuti e morti i loro antenati, ma oggi, su questo grande latifondo, pascolano più di mezzo milione di pecore della famiglia Benetton. Oggi i Mapuche, che in queste terre hanno sempre vissuto di pastorizia, non possono più disporre né dei pascoli né dell’acqua. Cancelli e recinti sono ormai ovunque. E se trovano lavoro negli allevamenti il minimo che si possa dire è che è sono sottopagati.
Un discorso a parte meriterebbero altre multinazionali, come la Shell e la Mitsubischi, pure loro presenti con ambiziosi progetti di sfruttamento energetico.
In una sola di queste valli, quella del Bio Bio, saranno cancellati migliaia di ettari di foreste e costruite sei nuove centrali. Per alimentarle sarà innalzata una grande diga, che molti scienziati reputano una bomba ecologica, piazzata proprio al centro di uno degli ecosistemi più ricchi dell’America meridionale. Pensare che questi boschi di auracaria sono il regno di innumerevoli specie protette. Puma, gatti selvatici, uccelli rapaci, qui hanno vissuto al riparo dall’avidità e dalla capacità distruttiva dell’uomo.
Cosa succederà domani? Per i Mapuche la risposta è semplice: tutto questo produrrà una ulteriore frattura nel rapporto ancestrale con il loro territorio.
Ma torniamo alla famiglia Curinonco e al loro rapporto con Benetton.
La storia prende lo spunto da una strana sentenza emessa da Tribunale della provincia di Chubut, in Patagonia. Le parti in causa erano il cittadino italiano Luciano Benetton e i coniugi mapuche Attilio e Rosa Curinonco. Il tribunale, era prevedibile, ha dato ragione al primo.
La “ragione” di chi è più potente ha prevalso sulle ragioni di indigeni che, pur senza lo straccio di un documento, rivendicavano il piccolo pezzo di terra dei loro padri da cui erano stati cacciati. Oggi, a distanza di più di quattro anni dopo lo sfratto, quella terra è ancora disabitata e inutilizzata.
Sfrattati dalla loro terra ,sradicati e soli, i coniugi Curinonco continuano a chiedere giustizia. Attendono ancora che qualcuno li ascolti.
C'è anche un pezzo di Italia, anche in questa storia. E noi cosa possiamo fare, per i mapuche?


(Tito Barbini Corriere di Arezzo Sabato 6 Dicembre 2008)



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